F.Guzzardi

Blog di inutili conseguenze e fatti casuali su contesti allegorici

By Michele Iacono

La vita è tutto ciò che ho

“ Accendi la luce”, disse l’attore appena sceso dal palco. Con un clic la saletta si illuminò di una luce blanda. Lo sguardo si posò su una sciarpa abbandonata su una poltrona in seconda fila; riusciva ad avvertire il profumo di bergamotto. L’attore si toccò il sopracciglio; pensava ancora a lei. Se n’era andata dopo il litigio e non le era corso dietro. Chissà cosa faceva in quel momento, a chi stava pensando: osservare la sciarpa violacea gli fece fremere il cuore che accelerò i battiti.

Serrò le labbra in un moto di stizza avvicinandosi a quel pezzo di stoffa, allungando la mano, portandosela alla bocca respirandone il profumo. In quel momento si sentì ridicolo con la calzamaglia nera, attillata, il trucco da Pierrot sul viso, un biancore non proprio cristallino e una finta lacrima disegnata che scivolava lenta ma impedita perché non vera.

Un disegno e nulla più su una faccia espressiva per mestiere. Attrarre, calamitare uno spettatore su di un punto focale non è poi così difficile se si è bravi e in un dramma classico trovi la chiave per incanalare le emozioni di cui tutti noi siamo insieme spettatori-attori della nostra storia. Ma lui di cosa era protagonista? Provò a ridere pensando ai tanti palchi della vita dove trascorreva il suo tempo. Lei, Gioia, l’aveva avvertita quella sua doppia natura? Sì, credeva proprio di sì. Non sarebbe andata via altrimenti.

Due storie simili in fondo, quella del regista e della sceneggiatura della sua commedia e poi la sua, non sapeva se inserirla in un dramma o in una amara commedia. Forse le storie si assomigliano tutte a ben pensarci. Si ama e si odia con lo stesso fervore. Il regista la sua commedia l’aveva immaginata, anche la scena finale e con ottimi risultati, ciò che si chiedeva mentre portava la sciarpa odorosa al naso, cosa ne fosse della sua vita, non quella costruita sul palcoscenico ma l’altra, quella di tutti i giorni, con i suoi alti e bassi, le risate e i dolori, il lavoro e le difficoltà a guadagnare i soldi per poter mangiare. Sulla scena non si mangia mai, nessun spettatore ascolterà il rumore dello stomaco. O dramma o commedia, lo spettacolo va avanti, ma come? Un teatro vuoto fa uno strano effetto. Si avverte una sorta di silenzio particolare, irreale; persino il profumo di bergamotto che impregnava la sciarpa riusciva fastidioso in quell’istante. Gli venne in mente una giovane che qualche giorno prima aveva applaudito con veemenza alla fine di ogni scena e si alzava in piede in una esplosione di gioia. Sì, come la sua Gioia che lo aveva abbandonato, lasciandogli una fascia per ricordo. La giovane entusiasta si era fermata dopo lo spettacolo, aveva voluto conoscere gli attori, il regista, gli attrezzisti. Si presentava a teatro anche durante la settimana, spettatrice unica e chissà se qualche volta non le abbiano fatto pagare il biglietto visto l’assiduità e la passione con cui viveva quell’esperienza. Forse voleva diventare attrice? Chissà. Aveva chiesto la possibilità di leggere il copione e il regista, colpito dalla richiesta, orgoglioso gliene aveva fatta avere una, con l’impegno, aveva detto: “che gliela riportasse”.


Intanto Gioia era andata via e l’attore non si decideva sul da farsi e gli veniva in mente la giovane entusiasta, qualcosa nel suo cervello non doveva funzionare. Rimanere lì tra le poltrone e il palco lo rassicurava, una sospensione voluta di cui lui era ben consapevole. Non decidere è sempre una ottima scelta. Talvolta il tempo lavora a favore, non sempre si disse. Magari a mente fresca Gioia avrebbe potuto ripensarci, ritornare. Magari in quel momento lo stava aspettando. In fondo non costava nulla andare da lei, suonare il campanello, aspettare che aprisse e darle un bacio e perché no, fare l’amore, così su due piedi per poi abbracciarsi e guardandosi negli occhi perdonare se stessi. Gioia di cosa doveva farsi perdonare? Alzando lo sguardo, l’attore, indirizzò gli occhi verso il fondo del teatro dove spesso si andava a sedere la giovane entusiasta (perché in quel frangente gli ritornava alla mente la ragazza?) . Ricordava con un certo stupore, circa due settimane prima, che si era presentata un pomeriggio, voleva restituire il copione e ad accoglierla fu proprio lui, in un accesso di commozione si era messa a piangere, tra le lacrime aveva detto: “Non esiste di meglio che il provare invidia delle opere altrui” per aggiungere subito dopo “non io ovviamente, ma i tanti altri vostri colleghi. Il vostro teatro è così affascinante che solo ora mi rendo conto di quanta invidia riusciate a provocare”. Quel pomeriggio era libera dal lavoro, confesso di essere una commessa di una boutique ma il suo grande sogno era di calcare le scene, recitare, qualunque personaggio anche minore, anzi, decisamente minore, sapeva che non si diventava una buona professionista dall’oggi al domani, ci avrebbe messo impegno, avrebbe sudato le proverbiali sette camice, incurante dei tempi e, forse, dei mille rimproveri per non aver saputo dare un tono giusto alla battuta, oppure di aver dimenticato una battuta, o di non essere riuscita a trovare i tempi giusti… Abbassò gli occhi, le guance si colorarono e stropicciò la copertine del copione. Lui era scoppiato a ridere non riuscendo a frenare quell’esondazione che traboccava passione da ogni poro. Le aveva detto: “Signorina, non crede che il solo fatto di aver pagato il biglietto la possa proiettare direttamente sulle scene?”


La giovane era avvampata, si mortificò cercando giustificarsi, non voleva che la considerasse una squinternata ragazzina che si era messa in testa chissà cosa. Provò a chiedere scusa e dire che il teatro era tutto per lei. Poi era scappata via. Anche Gioia era andata via. Sul palcoscenico si resta solo il tempo del dramma o della commedia. Tutti noi vorremmo vivere così, interpretare una parte e poi andare via. 
La divinità si offre sulla scena esattamente tra un inizio e una fine fissata da un regista celeste? Contemplare è un dono (un altro?) divino. “Pura follia, mio caro, pura follia!” dice l’attore sul palcoscenico, parole non sue ma dello sceneggiatore e che un regista organizza con tecniche di rara bellezza, movimenti coreici, musiche leggiadre o cupe… per davvero un dio sospinge un soffio aureo in quella testolina umana che cerca un’immagine di un mondo perfetto da rappresentare? Quale magia profonde dalle parole di un vate e toccano il cuore di chi ama ascoltare la voce cosmica di una verità mai sentita?


“ Allora, andiamo? Cosa aspettiamo” Aveva gridato l’elettricista.
L’attore si ricordò di essere rimasto imbambolato sul proscenio e si mise a ridere. 
“ Sì, vado, vado,. Il tempo di struccarmi e cambiarmi d’abito” aveva detto.
Uscì dalla porticina di servizio notando un gruppetto di giovani, maschi e femmine, anche i maschi avevano i capelli lunghi, jeans a zampa d’elefante, qualche camicia fiorata. Portavano dei cartelli con su scritto “Via gli americani dal Vietnam”, “Peace”. A dir il vero non gli piaceva molto quella indistinzione nei sessi, quel sentirsi senza regole, quell’amore che a parole esprimevano. I giovani contestatori volevano cambiare il mondo! Gli davano l’idea di quattro sfigati e figli di papà come se ne trovano sempre in ogni generazione di passaggio. Quegli anni sessanta proprio non li capiva. Cosa volevano tutti? Finalmente la nazione iniziava a ritrovare se stessa dopo la guerra. Anche l’economia era parecchio migliorata e Milano si era riempita di dialetti che lui non aveva mai sentito prima. Arrivavano a frotte, ondate migratorie che affollavano la città rendendola più caotica, ancora più frenetica. La ricchezza, si diceva, doveva portare benessere ed eccoli lì finalmente, tutta quella gente dalla faccia abbronzata, capelli scuri, valigie di cartone riempiere le periferie, gli scantinati, le cantine, le casematte dei soldati, gli abbaini, le soffitte. All’attore tutto quel movimento non piaceva, qualche giorno prima, sul tram aveva incrociato una famiglia, un padre una madre e tre figliolette, puzzavano ancora di un acre olezzo dell’odore del treno e si era dovuto spostare per non sentirlo. Si sentì chiamare e distolse lo sguardo dal gruppo dei giovani per vedere chi fosse. 
I ncrociò lo sguardo del suo regista, Emanuele Trevi che lo guardò di sottecchi, aveva scosso la testa, scappandogli un sorrisetto. Disse che aveva visto Gioia andar via. Gli mise un braccio attorno e senza tanti preamboli, ridiventando serio esclamò:
“ Quando metti la testa a posto? Come puoi farti scappare una ragazza straordinaria come Gioia. Se avessi dieci anni meno ti farei vedere io. Ma cosa ci trova in te non lo capirò mai. Sarai pure un bravo attore ma te lo devo dire con tutto il cuore e l’amicizia: fai schifo come uomo! Non fai altro che andare appresso a tutte le gonnelle che ti passano sotto l’occhio, sembri un assatanato del sesso e non ti accorgi dei sentimenti delle persone. Puoi buttare via i tuoi migliori anni dietro a delle puttanelle che non valgono l’unghia di Gioia? È ora di smetterla con questa pruderia adolescenziale, i sotterfugi, le scappatelle come se nella vita non ci fosse altro! Mi Ascolti quando ti parlo?” 
“ Sì, sì” ebbe a dire, in effetti sembrava scosso dalle parole dell’amico regista, come se fosse stato colto a rubare una mela o colto in flagranza di reato dietro un cespuglio, senza mutande in compagnia di una ragazzetta.


Aldo Fioravanti, l’attore, si toccò la fronte, intimidito e sembrò per un attimo che volesse versare delle lacrime, tant’è che il regista sbottò.
“ Mai fidarsi delle lacrime di un’artista!”
“ Non sto recitando!” disse arrabbiandosi Fioravanti.
“ Tu, menti a te stesso, questa è la verità! Hai avuto pure il coraggio di infilarmi nel camerino una commessa! Non ti vergogni di nulla, dunque. Con chi credi di avere a che fare! Pensi forse che sono così sensibile alle grazie di una donna e che mi basti che allarghi le gambe per invogliarmi? Mi auguro che non sia stato tu a suggerirle di fare in quel modo. L’ho dovuta cacciare in malo modo. Dimmi sei stato tu a consigliarle di fare in quel modo?”
Ma no, ti giuro… non credere. Volevo solo aiutarla, ecco darle una piccola spinta, tu sei un regista avresti potuto consigliarla, guidarla….”
“ Finiscila, con me non attacca… se qualche anno fa abbiamo fatto bisboccia non significa affatto che oggi la cosa possa funzionare. Devi fartene una ragione… e poi la finisci di infastidire anche Carlotta? Sì, è venuta da me a lamentarsi, insomma, non riesci a star lontano dai guai.”
“ Non credere a quelle che dice, è gelosa di me, della mia arte…”
“ La devi finire tu. E non darti troppo arie, nessuno è indispensabile!”
Queste parole colpirono Aldo Fioravanti. Si blocco. Girò la testa a guardare l’amico regista. Le pupille si ingrandirono. Per un attimo si colse un moto di paura nel bel volto di Fioravanti. Poi tornò in sé chiedendogli cosa volesse dire esattamente.


“ Che mi sono scocciato dei tuoi comportamenti, che non voglio coprirti più… e ho deciso che alla fine del mese si interrompe il nostro sodalizio, con la fine della stagione le nostre strade si dividono.”
“ Non puoi dire sul serio, dopo tanti anni di lavoro insieme non puoi dirmi questo… posso cambiare se qualcosa del mio comportamento non ti va ma non puoi dirmi, da domani non reciti più!”
“ Invece è proprio così e non è solo per il tuo comportamento. Ho deciso di fare altro nella mia vita, le cose stanno cambiando non te ne sei accorto? Il mondo sta cambiando? Dove vivi? Non avverti nell’aria qualcosa di nuovo e che ci cambierà tutti? Siamo di fronte a qualcosa di strepitoso, di sconvolgente, anche questa città, l’Italia, il mondo intero si sta trasformando. Il teatro che tu e io abbiamo fatto finora non ha più senso, le stesse parole non hanno più senso. Guardati attorno, ti pare mai possibile che sia tutto immobile? Guarda quei giovani, guardali per favore, sono liberi, si sentono liberi, non vogliono più vivere come hanno vissuto i loro genitori. Se ne fregano di ciò che è stato il passato. C’è un mondo in movimento ed io voglio seguirlo. Forse è bene anche per te provare a osservare la nostra vita con occhi nuovi. Cambiare vita, persone ti aiuterà.”
“ Stai scherzando, dimmi che stai scherzando…”
“ No Aldo, non scherzo affatto, a fine mese ognuno prenderà la sua strada. Fattene una ragione.” 

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